Specchi (Marla Moffa)


Anche presso gli antichi ...

Anche presso gli antichi, i più adulti sapevano che la fonte del diritto è la forza, che il diritto è una funzione della forza. E, dunque, abbiamo i due piatti della bilancia: su uno c’è un grammo, sull’altro una tonnellata; su uno - ‘io’, sull’altro - ‘Noi’, lo Stato Unico. Non è forse chiaro? Ammettere che ‘io’ possa accampare dei ‘diritti’ nei confronti dello Stato e ammettere che un grammo possa equivalere a una tonnellata, sono esattamente la stessa cosa. Di qui la seguente ripartizione: alla tonnellata - diritti; al grammo - doveri; e la via naturale che conduce dall’insignificanza alla grandezza sta nel dimenticare di essere grammo e nel sentirsi milionesima parte della tonnellata…

(Evgenij Zamjatin, Noi, 1920)

No, è brutto concludere così ...

No, è brutto concludere così, ma vedere gente non serve a nulla e anzi è una perdita di tempo. E poi mi sono accorto che andando in centro trovi sì qualche conoscenza, ma ti accorgi subito che la tua conoscenza è un fatto puramente ottico. Non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. Nei primi mesi dal loro arrivo in città forse no, forse resistono e hanno ancora una consistenza fisica, ma basta un mezzo anno perché si vuotino dentro, perdano linfa e sangue, diventino gusci. Scivolano sul marciapiede rapidi e senza rumore, si fermano appena al saluto, con un sorriso scialbo (e anche all'esterno, se guardi bene, sono già un poco diversi, cioè impinguati e sbiancati). Dicono “Scusa ho premura, ho una commissione, scappo” e subito scappano davvero riscivolando taciti sul marciapiede. Al massimo arriveranno a dirti, stringendoti la mano perché tu gliela porgi, proprio per sentire se ci sono in carne e ossa o se invece è soltanto un'immaginazione tua, o un fantasma, al massimo ti dicono: “Fatti vedere”.

(Luciano Bianciardi, La vita agra, 1962)

Avevano a suo dire un tipo di coraggio ...

Avevano a suo dire un tipo di coraggio che, invecchiando, apprezzava sempre più. In tutto ciò c'era molto di Dalloway, naturalmente, molto di quello spirito della classe dominante - filantropico, ligio all'impero, favorevole al protezionismo - che aveva assorbito anche lei, come spesso accade. Due volte più intelligente del marito, sentiva tuttavia il bisogno di vedere le cose con gli occhi di lui - una delle tragedie della vita coniugale.

(Virginia Woolf, La signora Dalloway, 1925)

Sono sempre più certa ...

Sono sempre più certa che la sola differenza tra gli uomini e gli animali è che gli uomini sanno contare e gli animali no e quando contano per lo più contano denaro, e una delle cose che davvero mi piaceva in Napoleone è che stabiliva sempre la spesa quotidiana di tutti i personaggi delle storie che stava leggendo.

(Gertrude Stein, Autobiografia di tutti, 1937)

Mi diventa sempre più sbalorditiva ...

Mi diventa sempre più sbalorditiva e violenta l'impressione che la vita sia fondata su questo fatto semplicissimo e famigliarissimo: il mangiare. Perché, cosa vuol dire mangiare? Che una vita distrugge lietamente, saporosamente un'altra vita per incorporarsela; che deve distruggere per conservarsi. Ma che vuol dire dunque che per vivere occorra necessariamente mangiare, che la vita per reggersi abbia imprescindibile bisogno del mangiare? Vuol dire che la vita (la realtà) per esistere ha bisogno di distruggere se stessa. Una realtà che si mantiene solo annientandosi, che si afferma solo togliendosi, che si pone solo negandosi. Non è forse ciò, per la nostra mentalità, l'espressione stessa dell'assurdo?

(Giuseppe Rensi, La filosofia dell'assurdo, 1937)

Si rifaccia la punta alla matita ...

Si rifaccia la punta alla matita, il computo delle occorrenze, si riammetta ciò che era stato escluso, si verifichi nuovamente l’accaduto. Stato dell’amore e stato del non amore sono probabili contemporaneamente. Ma la verità della cogente passione esclude che sia vera anche l’opposta versione. Disillusione allora sarebbe un banale errore, un fallo da principianti, un credere che sia attuabile una duplice vita. Si aggomitoli il filo, si controlli il punto in cui si è impigliato, si sciolga il nodo, si addivenga a più miti consigli. Si espunga ciò che si era voluto strenuamente conservare. Si ammetta di perdere. Ci si riporti su una linea neutra, non si sconfini. Non si rigetti il dado. È possibile amare anche da lontano, forse l’ultimo giorno, all’ultimo respiro pronunciare il tuo nome. In fondo, senza giungere a rappresentare una greca tragedia, bisogna attagliarsi a questa mentale conformazione: non tutto ciò che ha la possibilità di essere ha la possibilità di non essere.

(Rosa Pierno, Simile e Dissimile, 2009)

 

“Originale” è ciò che non dipende ...

“Originale” è ciò che non dipende da un modello, ma è esso il modello, l'origine rispetto ai derivati. Quanto più ristretta è l'area occupata dal modello, tanto più numerosi sono gli eventi giudicati originali rispetto ad esso; ma quanto più ampia è quell'area, tanto più rari diventano gli eventi originali.
Nella “storia” della nostra civiltà esiste dunque un supermodello, cioè l'originale, rispetto a cui, un poco alla volta, tutti gli eventi della civiltà occidentale hanno finito con l'essere dei derivati. Si tratta, appunto, della fede all'interno della quale si manifestano tutti i grandi eventi dell'Occidente: la cultura classica, il cristianesimo, le diverse forme dell'organizzazione economica, giuridica, politica dell'esistenza, la scienza e la cultura moderna, l'intero sviluppo del pensiero filosofico, l'arte europea, la formazione del senso comune, la civiltà della tecnica: in breve, sia la tradizione sia la critica alla tradizione dell'Occidente. Questa fede ormai avvolge tutto il pianeta e crede che tutte le cose del mondo - oggetti, eventi, funzioni, aspetti, proprietà, immagini, teorie, forme sensibili - siano immerse nella corrente del divenire e del tempo, della nascita e della morte, e che dunque siano caduche, accidentali, transeunti: ospiti provvisorie dell'essere, sono tutte esposte alla minaccia del niente e tutte infine travolte nel loro annientamento. La filosofia greca è l'evocatrice della fede in cui cresce l'Occidente e che ora domina su tutta la terra.

(Emanuele Severino, La filosofia futura, 1989)

Manuale della figura umana

L'artista sta in piedi di fronte a una grande tela bianca. Alle sue spalle un centinaio di spettatori. L'artista avvia una serie di soliloqui che in realtà sono colloqui: fornisce alcune indicazioni pratico-tecniche ai suoi collaboratori.
La tela dunque è bianca, i collaboratori non interloquiscono (non compaiono) e il pubblico si trova alle spalle dell'artista. Eppure, poco alla volta, pare quasi di sentire altre voci - benché l'udito colga solo brevi silenzi nel soliloquio dell'artista - e insieme si percepisce il materializzarsi di un progetto visivo - benché gli occhi continuino a constatare che la tela è bianca.
Quando il pubblico sta per assuefarsi a quell'udire e a quel vedere, la luce se ne va, e con lei l'artista. Ora l'attenzione si trasferisce su un'altra grande tela bianca, al lato opposto della sala. Lì i collaboratori, in carne e ossa, mettono mano all'allestimento, compiendo, con fare sapiente e ritmo costante, le azioni cui accennava l'artista. Si assiste, sulla tela, a una sorta di ricomposizione anatomica che è anche, ai piedi della tela, un corrispondere a distanza (fuori sincrono) dell'atto alla parola.
Il progredire è contrappuntato da una robusta evanescenza musicale e punteggiato da figure di danzatrici pressoché antitetiche (due adolescenti semi-semoventi e una professionista autoritaria e nevrotica).
La tela, alla fine, si completa, la danza si acquieta, la musica tace. Il pubblico può avvicinarsi all'opera.
L'artista è Marta Dell'Angelo, meglio di un'attrice. La regista, che ha trasformato in autentica esperienza teatrale un rituale di arte contemporanea, è Fiorenza Menni.